I canti

 

 

laboratorio cavallerizza estate 2015

Il canzoniere di Franco Lucà
Il canzoniere di Donata Pinti

Altre fonti

Bravi,
scegliere di cantare è soprattutto un segnale di coraggio, ma anche un gesto di contro tendenza e una bella testimonianza di ecologia mentale.
Coraggio perché cantare, pare, non ci appartenga più, che non faccia parte del nostro metabolismo quotidiano. Ascoltiamo cantare gli altri, i professionisti, neanche li imitiamo più: una sorta di innocua delega  che in realtà  si dimostra una rinuncia scellerata.
Perché cantare è comunicazione, è socializzare, è imparare a conoscere ed accettare gli altri. Cantare quando nessuno canta più è il coraggio di esprimersi. di esporsi, di mettersi in gioco, di misurarsi.

Cantare poi le canzoni popolari  è coraggio nel coraggio,  rasenta l’autolesionismo.
Come spiegare che cantare è una boccata di ossigeno, una finestra sull’orto, un sentirsi con le ali, un sentirsi? In tempi come questi, dove l’ossigeno è latitante, i paesaggi inquietanti, le menti compresse e calpestate, cantare è un ritorno ad una delle più ataviche, semplici e genuine espressioni della vita e il sano riappropriarsi di un patrimonio tra i più ricchi al mondo.
(Franco Lucà, introduzione al “libro dei canti” 2000)

Rieccomi a strimpellare la chitarra, riproponendo canti che trent’anni addietro erano parte importante della colonna sonora della mia vita quotidiana, notturna e carbonara.
Anni in cui giravo il mondo e molta Europa si stupiva dei nostri canti popolari, di tanta ricchezza melodica, di disarmante genuina semplicità, della cinica crudezza dei testi e di così lucida denuncia.
Andavo fiero di quella cultura … lentamente capii quanto mi apparteneva, quanto profonde erano le sue radici nel mio animo e quanto condizionavano la mia storia.
Una cultura che allora contribuivo, molto in piccolo, a far scoprire ai miei stessi connazionali.
Cantavo ed era difficile farlo davanti a facce contrariate, stupite, distratte, avverse. Così com’era facile, altre volte, farlo davanti a facce partigiane interessate, esaltate e complici. Forse preferivo le prime perché scattava una carica d’orgoglio che rendeva quei canti degli schiaffi ben meritati.
Pensavo che fosse finita l’epoca dei rimproveri, invece c’è un estremo bisogno di suonarle ancora e di santa ragione. . . . anche cantando!

(Franco Lucà, introduzione all’aggiornamento del “libro dei canti” 2005)


 

 

 

 

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